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Il 1 gennaio 1801 Giuseppe Piazzi scopriva, dall’Osservatorio di
Palermo, il primo asteroide: 1 Ceres, un corpo roccioso del diametro di
circa 1000 km posto su un’orbita quasi circolare a 2,77 UA dal Sole. Da
allora le scoperte di nuovi asteroidi si sono succedute ad un ritmo sempre
più incalzante e, al momento, sono noti circa 260.000 asteroidi. Ogni
asteroide conosciuto è identificato da una sigla provvisoria. Dopo
qualche anno d’osservazione, la sigla è sostituita da un numero
d’ordine seguito dal nome scelto dallo scopritore. I corpi con
un’orbita stabilita con buona precisione (quindi numerati) sono più di
90.000. |
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La stragrande maggioranza degli asteroidi appartiene alla Fascia
Principale, zona del Sistema Solare centrata sull’eclittica e
grossolanamente compresa fra le orbite di Marte e Giove. I corpi con
diametro maggiore di 200 km sono solo 26, gli altri hanno dimensioni
inferiori, fino ad arrivare a quelli con pochi metri di diametro. Gli
oggetti trans-Nettuniani (Trans Neptunian Objects, TNO) sono solo 821,
mentre i Centauri (corpi compresi fra le orbite di Giove e Nettuno) sono
149. Questi ultimi sono in transizione fra la popolazione dei TNO e il
Sistema Solare interno. Oltre ai corpi della Fascia Principale, esiste un’ulteriore
sotto-popolazione asteroidale. Si tratta degli oggetti le cui traiettorie
si spingono all’interno dell’orbita di Marte. Questi corpi, secondo
l’orbita percorsa, sono stati raggruppati in tre popolazioni: Aten,
Apollo ed Amor. Gli Aten e gli Apollo hanno parte dell’orbita
all’interno di quella terrestre ma periodo orbitale, rispettivamente,
minore o maggiore di un anno. Gli Amor invece hanno orbite completamente
esterne a quella terrestre ma distanza al perielio minore di 1,3 UA. Al 25
ottobre 2004 erano noti 246 Aten, 1461 Apollo e 1330 Amor, per un totale
di 3037 oggetti. Recentemente sono stati scoperti i primi asteroidi con orbita
completamente interna a quella della Terra. Le date sono 11 febbraio 2003
per 2003 CP20, il 10 maggio 2004 per 2004 JG6. Gli asteroidi di questo
tipo sono stati previsti teoricamente come evoluzione degli
Aten-Apollo-Amor e sono noti come Inner Earth Object (IEO, oggetti interni
all’orbita della Terra). Collettivamente, tutti gli oggetti (asteroidi o
comete) che possono spingersi nelle zone dei pianeti terrestri sono
indicati come NEO (Near-Earth Objects,oggetti vicini alla Terra). Se si
considerano solo gli asteroidi allora si può parlare di NEA (Near-Earth
Asteroids). I NEO che possono raggiungere distanze inferiori a 0,05 UA
dalla Terra e hanno un diametro maggiore di 150 m sono chiamati PHO (Potentially
Hazardous Objects), perché a rischio di collisione con il nostro pianeta.
I PHO noti sono 599. |
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| Negli ultimi anni sono state attivate una serie di survey professionali per la ricerca di nuovi asteroidi, in particolare dei NEO e dei PHO. Lo scopo è cercare di prevedere con anni di anticipo le possibili collisioni fra la Terra e questi oggetti. Tutte le survey si servono di dispositivi CCD di grande formato ad elevata efficienza quantica e di telescopi computerizzati in grado di eseguire il programma osservativo automaticamente. | |
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Gli
strumenti amatoriali |
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Gli
astronomi non professionisti hanno sempre dato il loro contributo
all’identificazione di nuovi asteroidi e l’attività prosegue anche
all’ombra delle survey. Ecco qualche indicazione per chi voglia
intraprendere l’attività di astrometrista osservando asteroidi. Prima
di tutto qualche vincolo sul telescopio. Dovrà avere un diametro il più
grande possibile (compatibilmente con le risorse finanziarie), come minimo
20 cm, ma sono preferibili valori di 25-30 cm e più. Ottimi i riflettori
Newton per il favorevole rapporto prestazioni/prezzo. La montatura,
ovviamente equatoriale, dovrà essere sufficientemente stabile da
consentire pose non guidate di almeno 60 secondi e in grado di reggere
senza problemi la camera CCD e il telescopio per la guida (diametro minimo
di 70-90 mm). Per ridurre al minimo i tempi morti e facilitare il
puntamento, la montatura deve essere computerizzata e in grado di
rivolgere il tubo ottico nella posizione desiderata con la precisione di
alcuni primi d’arco. Infine
la camera CCD, necessariamente del tipo raffreddato per ridurre al minimo
il rumore termico. Il sensore deve avere la più alta efficienza quantica
possibile per fornire un buon rapporto segnale rumore con pose di qualche
decina di secondi. La magnitudine da raggiungere è almeno la +18,5/+19
con pose di 60 secondi in condizioni di cielo ideali. Sotto questo punto
di vista sono ottimi i dispositivi CCD in B/N dotati di microlenti sulla
superficie del sensore. Le microlenti svolgono la funzione di collettori,
convogliando la radiazione verso la zona centrale del pixel (la più
sensibile). In questo modo, anche un CCD ad illuminazione frontale (il
tipo più diffuso), può raggiungere un’efficienza di picco di 0,8 (cioè
è rilevato l’80% della radiazione incidente ad una data lunghezza
d’onda), confrontabile con quella dei CCD retro-illuminati (più fragili
e costosi). Fortunatamente, per l’astrometria non si devono usare filtri ottici e si evita un assorbimento parassita della radiazione (sempre troppo poca). E’ consigliabile avere pixel quadrati con dimensioni non troppo piccole (almeno 9-10 micrometri di lato, meglio 15-20 micrometri), per avere una buona sensibilità ai bassi livelli di illuminazione. La camera CCD dovrà essere interamente gestibile dal computer e con un controllo della temperatura efficiente, tale da mantenerne il valore costante nel tempo. |
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Il codice MPC |
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Una volta in possesso della strumentazione minima necessaria si
possono iniziare le osservazioni. Per rendere proficuo il lavoro è
necessario diventare osservatori accreditati presso il Minor Planet Center
(MPC), centro di raccolta internazionale di tutte le osservazioni
astrometriche. Per ottenere un codice per l’osservatorio bisogna
dimostrare che l’accuratezza delle proprie misure astrometriche è pari
o inferiore al secondo d’arco. A questo scopo basta osservare per
qualche giorno un asteroide numerato (quindi di orbita nota), con numero
d’ordine superiore a 3000 (magnitudine fra la +16 e la +17), e inviare
le osservazioni al MPC. Se gli scarti sono inferiori al secondo d’arco
sarà assegnato un codice che identifica l’osservatorio. Il tempo di
attesa è molto breve, nel mio caso è stato di sole 24 ore. Per l’invio
delle osservazioni successive, secondo un’apposita codifica su cui non
posso soffermarmi, va sempre usato il codice assegnato. Se si cambia sito
di osservazione va ripetuta tutta la procedura. Per i dettagli tecnici è
consigliabile leggersi la “Guida all’Astrometria” scaricabile dal
sito del MPC, un utile manuale in continuo aggiornamento. Superata questa
fase preliminare ci si può lanciare nell’eccitante mondo
dell’osservazione astrometrica degli asteroidi. |
| Strategie per la ricerca di nuovi asteroidi | |
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Le survey sono specializzate nella ricerca dei NEO, quindi
asteroidi che mediamente hanno un elevato moto proprio, almeno alcuni
secondi d’arco al minuto. Più difficile è l’individuazione di
oggetti con un moto proprio basso, diciamo al di sotto di un decimo di
secondo d’arco al minuto. Questi asteroidi “lenti” possono sfuggire
alle survey ma non ad una stazione amatoriale se si ha l’accortezza di
osservare per un certo periodo di tempo. Resta il problema di individuare
sulla sfera celeste le regioni in cui gli asteroidi hanno un basso moto
proprio. Per individuare questi punti bisogna fare un’ipotesi
sull’orbita dell’asteroide da scoprire. Supponiamo di avere un asteroide che si muove sull’eclittica su
un’orbita circolare esterna a quella della Terra, quindi un corpo
appartenente alla Fascia Principale. La traiettoria apparente sulla sfera
celeste è qualitativamente analoga a quella di Marte: ai periodi di moto
diretto da ovest verso est si alternano periodi di moto retrogrado
(durante l’opposizione), da est verso ovest. Durante l’inversione del
moto da diretto a retrogrado o viceversa, l’asteroide si trova in una
condizione di moto proprio nullo (punti di stazione). Sono questi i punti
da tenere sotto controllo con il proprio telescopio. I punti di stazione
sono due, simmetrici rispetto al punto d’opposizione al Sole
dell’asteroide. |
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Lo studio Fotometrico |
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Filmato RADAR
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Un campo di ricerca molto trascurato da professionisti e
dilettanti è quello della osservazione fotometrica degli asteroidi. Lo
scopo è stabilirne il periodo di rotazione dall’andamento della curva
di luce (in modo analogo a quello che si fa per le stelle variabili). Solo
per una piccola frazione degli asteroidi conosciuti, circa 2000, è noto
il periodo di rotazione (appena il 2% di quelli numerati!), quindi in
questo settore c’è ancora spazio per tutti. Il tipo di osservazione più semplice fa ricorso alla fotometria
differenziale, senza l’impiego di costosi filtri fotometrici standard.
Questa tecnica consiste nello stabilire la differenza di magnitudine fra
l’asteroide e una stella di confronto (non variabile), di magnitudine e
colore simile posta nella stessa immagine. In queste condizioni non è
necessario correggere per l’assorbimento atmosferico e le variazioni
della curva di luce consentono di stabilirne facilmente il periodo. Per
controllo basta verificare, con la stessa stella di confronto, che
un’altra stella di campo non subisca oscillazioni di magnitudine.
Parecchi asteroidi hanno periodi di qualche ora, quindi è possibile
stabilirne il valore esatto con osservazioni fatte in una/due notti. Ci sono dei buoni motivi per l’osservazione fotometrica degli
asteroidi. Uno è che le osservazioni sulla curva di luce possono essere
utilizzate per determinare la forma del corpo e l’orientazione
dell’asse di rotazione dell’asteroide. Queste informazioni sono
essenziali per pianificare le future missioni spaziali. Anche la semplice determinazione di un maggior numero di periodi
è interessante. Fino ad ora sono stati trovati pochissimi oggetti con
periodi inferiori alle 2,25 ore (limite al di sotto del quale un oggetto
composto da un’aggregazione di corpi si sfascia). Questo significa che
la maggior parte degli asteroidi, anche piccoli, sono formati
dall’aggregazione di corpi indipendenti e non da blocchi unici. Una
maggiore statistica sui periodi permetterebbe di determinare la dimensione
fisica al di sotto della quale si ha la transizione dall’asteroide
composto a quello monolitico. |
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